La fiaccola di Imeneo: la luce che guidava le nozze antiche
Il dio Imeneo, i canti nuziali di Catullo, il corteo romano con la torcia di biancospino e la fiaccola rovesciata: storia della torcia come simbolo d'amore.
Nelle nozze del mondo greco e romano la luce aveva un ruolo centrale. La sposa veniva condotta alla nuova casa di sera, al chiarore delle torce, tra canti e invocazioni a un dio specifico, Imeneo. Da questa usanza è nato uno dei simboli più eloquenti dell'amore coniugale: la fiaccola accesa, che ritroviamo nella poesia antica, nei sarcofagi, nella pittura rinascimentale e perfino nella lingua di tutti i giorni.
Imeneo, il dio delle nozze
Imeneo, o Imene, era la divinità che presiedeva al matrimonio. Le genealogie variano: in alcune fonti è figlio di Apollo e di una Musa, in altre di Dioniso e Afrodite. Più che un dio con un mito definito, era la personificazione del canto nuziale, l'imeneo, che si intonava durante il corteo. L'invocazione rituale ripeteva il suo nome, e nell'arte veniva rappresentato come un giovane alato o coronato di fiori, con una torcia in mano.
Catullo dedicò due celebri carmi alle nozze, il 61 e il 62, in cui il ritornello invoca il dio con la formula «o Hymen Hymenaee». Il carme 61, scritto per il matrimonio di Manlio Torquato, descrive l'attesa della sposa, la processione, le torce agitate nell'aria e gli auguri di una prole numerosa. È una delle testimonianze più vive della festa nuziale romana.
Il corteo con le torce
A Roma il momento culminante delle nozze era la deductio, il corteo che accompagnava la sposa dalla casa paterna a quella del marito. Secondo Festo, la sposa era guidata da tre fanciulli con entrambi i genitori in vita: uno portava davanti a lei una torcia di biancospino, gli altri due la tenevano per mano. La scelta del biancospino era legata a credenze protettive, e la torcia stessa era considerata di buon augurio.
Alla fine del corteo, secondo le testimonianze antiche, la torcia veniva gettata e gli invitati se la contendevano, perché si credeva portasse fortuna. La luce delle fiaccole dava al rito un carattere solenne e insieme festoso, e segnava il passaggio della donna da una famiglia all'altra, dal nome del padre a quello del marito.
La fiaccola di Eros e quella rovesciata
La torcia non era soltanto di Imeneo. Anche Eros veniva spesso raffigurato con una fiaccola accesa, simbolo del fuoco che infiamma gli innamorati, accanto o al posto dell'arco. Ovidio, nelle Metamorfosi, racconta che alle nozze di Orfeo ed Euridice Imeneo si presentò, ma la sua fiaccola non volle ardere e produsse soltanto fumo che faceva lacrimare: un presagio funesto, poco prima della morte della sposa.
La fiaccola rovesciata, con la fiamma rivolta verso il basso, divenne infatti un emblema della morte e della fine della vita. Nei sarcofagi romani e poi nell'arte funeraria neoclassica la portano spesso geni alati in atteggiamento malinconico. La stessa immagine, accesa o spenta, poteva così parlare di amore nascente o di amore interrotto.
Dalla torcia di biancospino del corteo romano ai versi di Catullo, dalla fiaccola fumosa delle nozze di Orfeo a quella rovesciata delle tombe, la luce ha accompagnato il racconto antico dell'amore coniugale. Ancora oggi, quando si parla di fiamma o di fuoco dell'amore, si usa senza saperlo una metafora nata in quelle processioni serali.
Amore e MitoUn sito dello Studio Esoterico Cornelio