Le mani giunte: dalla dextrarum iunctio romana al «chiedere la mano»
Il gesto romano delle destre unite, la dea Concordia, i sarcofagi nuziali e il Ritratto Arnolfini: storia delle mani giunte come simbolo del matrimonio.
Chiedere la mano di una donna, concedere la mano, dare la propria mano in sposa: la lingua italiana conserva ancora la memoria di un gesto antichissimo. Unire le mani destre era, nel mondo romano, il segno visibile di un accordo e in particolare del patto matrimoniale. Da allora quel gesto ha attraversato l'arte funeraria, i gioielli medievali e la pittura del Rinascimento, diventando uno dei simboli più sobri e durevoli dell'unione tra due persone.
Il gesto delle destre unite
Gli studiosi chiamano questo gesto con la formula latina dextrarum iunctio, l'unione delle destre. Nella cultura romana la mano destra era legata alla fides, la lealtà e la parola data, e stringerla significava impegnarsi. Il gesto compariva nei trattati tra popoli, nelle alleanze politiche e negli accordi privati. Nel matrimonio assumeva un valore particolare, perché suggellava davanti ai testimoni l'intesa tra i due sposi e tra le loro famiglie.
Secondo varie testimonianze, durante la cerimonia nuziale una matrona sposata una sola volta, detta pronuba, univa le mani degli sposi. Non tutte le fasi del rito sono descritte con precisione dalle fonti, e le pratiche cambiarono nel corso dei secoli, ma il gesto delle mani unite è ben documentato nell'arte come immagine stessa del matrimonio.
Concordia e i sarcofagi nuziali
L'iconografia romana associava spesso la coppia che si stringe la mano alla dea Concordia, personificazione dell'armonia, rappresentata talvolta tra i due sposi come per benedirne l'unione. Questo schema compare sui sarcofagi detti appunto matrimoniali, dove il marito, in toga, e la moglie si tengono per la destra. Era un modo per celebrare la fedeltà coniugale e il ruolo pubblico della famiglia anche dopo la morte.
Lo stesso motivo appare su monete imperiali, dove membri della famiglia regnante si stringono la mano per esprimere la concordia dinastica. L'arte paleocristiana riprese il modello: su alcuni vetri dorati e sarcofagi del IV secolo la coppia si tiene per mano mentre una piccola figura di Cristo, al centro, posa sul capo degli sposi una corona, trasformando l'antico gesto in un'immagine del matrimonio cristiano.
Dalle fedi al Ritratto Arnolfini
Nel Medioevo il motivo delle mani giunte passò sugli anelli, che proprio per questo furono chiamati fedi: due mani scolpite o incise si stringono sul castone. Questi gioielli, diffusi in tutta Europa, rappresentavano la promessa reciproca e la fiducia, e hanno lasciato il nome all'anello nuziale italiano. Anche l'anello irlandese di Claddagh discende da questa famiglia.
Nella pittura del Quattrocento il gesto della mano assume forme nuove. Nel Ritratto dei coniugi Arnolfini di Jan van Eyck, datato 1434 e conservato alla National Gallery di Londra, l'uomo tiene nella sua la mano della donna mentre alza l'altra come per un giuramento. Il significato preciso del dipinto è discusso da lungo tempo, ma il gesto delle mani è uno dei suoi elementi più commentati.
Dal patto suggellato con la destra nel mondo romano alle fedi medievali, dai sarcofagi con la dea Concordia al capolavoro di van Eyck, le mani unite hanno espresso un'idea essenziale: l'amore come impegno reciproco e pubblico. Ogni volta che diciamo di chiedere la mano di qualcuno, ripetiamo a parole un gesto vecchio di oltre duemila anni.
Amore e MitoUn sito dello Studio Esoterico Cornelio