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Eros, dal principio del cosmo al fanciullo con l'arco

Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

Eros nella Teogonia, negli Uccelli di Aristofane, nella lirica di Saffo e nel Simposio di Platone, fino al culto di Tespie e al fanciullo ellenistico.

Prima di diventare il bambino alato che scocca frecce, Eros fu per i Greci una potenza primordiale, più antica degli dèi olimpici. La sua storia è quella di una figura che cambia natura di secolo in secolo: forza che genera il mondo nei poeti arcaici, dolore dolce nella lirica, demone filosofico in Platone, monello capriccioso nell'arte ellenistica.

Una potenza delle origini

Nella Teogonia di Esiodo Eros compare subito dopo Caos, Gaia e il Tartaro, tra le prime entità a esistere. Il poeta lo definisce il più bello tra gli dèi immortali, capace di sciogliere le membra e di domare la mente e il senno di uomini e dèi. In questa fase Eros non ha genitori: è il principio che rende possibili le unioni da cui nasceranno tutte le generazioni divine successive.

Altre cosmogonie gli diedero un'origine diversa. Negli Uccelli di Aristofane, commedia rappresentata nel 414 a.C., il coro racconta che la Notte dalle ali nere depose un uovo nel seno dell'Erebo, e che da quell'uovo uscì Eros dalle ali d'oro. Il racconto parodia probabilmente dottrine circolanti in ambienti orfici, nei quali un dio primigenio nato dall'uovo cosmico, chiamato Fanes o Protogono, veniva talvolta identificato con Eros.

Il dolceamaro dei lirici

Con la poesia lirica del VII e VI secolo a.C. Eros smette di essere soltanto un principio cosmico e diventa un'esperienza interiore. Saffo di Lesbo lo chiama glykypikron, dolceamaro, e lo descrive come una forza irresistibile che scuote l'anima come il vento piomba sulle querce del monte. Anacreonte lo immagina come un fabbro che colpisce con una grande scure, Ibico come un cacciatore che getta le reti di Cipride: immagini diverse per dire la stessa violenza improvvisa.

In questi versi prende forma anche l'idea, destinata a durare, di un dio che colpisce senza preavviso e senza distinzioni. Non a caso la sua genealogia cambia: molti autori lo fanno ora figlio di Afrodite, talvolta di Ares, inserendolo nella cerchia della dea dell'amore. Il dio cosmico e il compagno di Afrodite convivranno a lungo nella cultura greca, senza escludersi a vicenda.

Eros nel Simposio di Platone

Il testo più influente su Eros è il Simposio di Platone, scritto nella prima metà del IV secolo a.C. Durante un banchetto in casa del poeta Agatone, i convitati pronunciano a turno un elogio del dio. Aristofane racconta il mito degli esseri doppi tagliati in due da Zeus, che da allora cercano la metà perduta. Socrate, invece, riferisce ciò che gli avrebbe insegnato la sacerdotessa Diotima di Mantinea, una figura che molti studiosi considerano un'invenzione letteraria.

Secondo Diotima, Eros non è un dio ma un demone, un essere intermedio tra uomini e dèi. Fu concepito durante il banchetto per la nascita di Afrodite da Poros, l'espediente, e da Penia, la povertà: per questo è sempre bisognoso e sempre inventivo. Il desiderio, spiega Socrate, è una scala che sale dalla bellezza di un corpo a quella delle anime e delle conoscenze, fino alla contemplazione del bello in sé.

Tespie e il fanciullo ellenistico

Eros aveva anche un culto vero e proprio. A Tespie, in Beozia, era venerato fin da tempi remoti; Pausania, nel II secolo d.C., racconta che la sua immagine più antica era una pietra grezza. Lì si celebravano le Erotidie, feste con gare atletiche e musicali. Per la città Prassitele realizzò una celebre statua del dio, che secondo un aneddoto antico era stata un dono dello scultore all'etera Frine, originaria proprio di Tespie.

Nell'età ellenistica il dio si fece sempre più giovane. Apollonio Rodio, nelle Argonautiche, lo mostra mentre gioca agli astragali con Ganimede e bara per vincere, prima che Afrodite lo mandi a far innamorare Medea di Giasone. Da quel fanciullo capriccioso discendono il Cupido romano, gli amorini delle pitture pompeiane e i putti del Rinascimento: l'antica forza delle origini sopravvive, ormai, sotto le sembianze di un bambino.