Xochiquetzal, la dea azteca dei fiori, della bellezza e dell'amore
Xochiquetzal, «fiore piuma preziosa»: la dea mexica dell'amore e delle arti, il paradiso di Tamoanchan e le fonti coloniali di Sahagún e di Durán.
Nel mondo mexica, che gli europei chiamarono azteco, l'amore, la bellezza e i piaceri della vita avevano una protettrice dal nome luminoso: Xochiquetzal, che in lingua nahuatl unisce le parole xochitl, «fiore», e quetzalli, la piuma preziosa dell'uccello quetzal. Le notizie su di lei provengono soprattutto dalle cronache e dai codici redatti dopo la conquista spagnola del 1521, spesso con la collaborazione di informatori indigeni.
Fiori, piume e arti
Xochiquetzal era la dea dei fiori e della vegetazione rigogliosa, della bellezza femminile, dell'amore e della sessualità. Era anche la patrona delle attività artigianali più raffinate: tessitrici, ricamatrici, pittori, orafi e scultori le erano devoti. Nelle immagini dei codici appare giovane ed elegante, con un copricapo ornato di piume verdi di quetzal e spesso con fiori in mano o intorno a sé.
Il suo legame con la tessitura non era casuale. Nella cultura mexica filare e tessere erano attività femminili per eccellenza, cariche di significati legati alla fecondità e alla creazione. Proteggendo queste arti, la dea univa la bellezza delle cose prodotte dalle mani umane a quella della natura fiorita, in un'unica idea di grazia e di abbondanza.
Il paradiso di Tamoanchan
La dimora di Xochiquetzal era collocata, secondo diverse tradizioni, a Tamoanchan, un luogo paradisiaco di alberi in fiore e di acque, talvolta descritto come la terra d'origine degli dèi e degli uomini. Alcune fonti coloniali ricordano un albero fiorito di Tamoanchan e una colpa commessa dagli dèi, punita con l'esilio dal paradiso; le versioni però sono frammentarie e la loro interpretazione è dibattuta.
Le cronache registrano anche racconti sui suoi amori divini. Secondo alcune versioni era la sposa di Tlaloc, il dio della pioggia, e fu rapita da Tezcatlipoca, il potente dio dello specchio fumante, che la portò con sé. In altre è associata a Xochipilli, il «principe dei fiori», dio della musica, della danza e dei giochi, considerato da alcuni studiosi suo gemello o compagno.
Le fonti coloniali
Molto di ciò che sappiamo si deve al francescano Bernardino de Sahagún, che nella seconda metà del XVI secolo raccolse con collaboratori indigeni le testimonianze confluite nel Codice Fiorentino, e al domenicano Diego Durán, autore di opere sulla storia e sui riti dei Mexica. Questi testi, scritti da missionari che volevano conoscere la religione indigena per combatterla, vanno letti con prudenza, ma restano insostituibili.
Come accadeva per molte divinità mexica, durante le feste dedicate a Xochiquetzal una persona poteva impersonarne la figura, vestita con i suoi ornamenti. Le fonti descrivono anche danze e offerte di fiori. Per le donne la dea era una presenza vicina, invocata nella giovinezza e nelle attività quotidiane, mentre gli artigiani la onoravano come colei che dà bellezza al lavoro delle mani.
Oggi il nome di Xochiquetzal ricompare nella poesia e nell'arte messicana come simbolo di bellezza e di amore. La sua figura ricorda che nella religione mexica, spesso associata soltanto alla guerra e al sacrificio, esisteva anche uno spazio sacro dedicato ai fiori, alla danza e a ciò che i Nahua chiamavano «fiore e canto», cioè la poesia.
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