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Hathor, la Dorata: la dea egizia dell'amore, della musica e della gioia

Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

Hathor nell'antico Egitto: la casa di Horus, l'Occhio di Ra, il sistro, le canzoni d'amore del papiro Chester Beatty I e i templi di Dendera e del Sinai.

Gli Egizi la chiamavano «la Dorata» e la invocavano nelle canzoni d'amore. Hathor fu una delle divinità più amate della valle del Nilo per quasi tremila anni: protettrice delle donne e della maternità, signora della musica e della danza, dell'ebbrezza festosa e delle terre lontane. I Greci la identificarono con Afrodite, ma il suo profilo era più ampio, perché comprendeva anche aspetti cosmici e funerari.

La casa di Horus

Il nome Hathor è la resa greca dell'egizio Hut-Hor, «casa di Horus», forse un'allusione al cielo come dimora del dio falco. La dea è raffigurata come una vacca, come una donna con orecchie bovine o con un copricapo formato da corna che racchiudono il disco solare. Immagini di una divinità bovina compaiono già in età molto antica, ma l'identificazione con Hathor di queste prime testimonianze è discussa.

Nella teologia egizia Hathor era anche l'Occhio di Ra, la figlia del sole che può trasformarsi in forza distruttrice. Il racconto noto come Libro della Vacca Celeste, inciso nelle tombe di alcuni sovrani del Nuovo Regno, narra che Ra la inviò a punire gli uomini ribelli. Divenuta la leonessa Sekhmet, la dea iniziò un massacro, finché il dio non fece spargere sui campi birra tinta di rosso: lei la bevve credendola sangue, si ubriacò e si placò.

Musica, ebbrezza e canzoni d'amore

Il suo strumento era il sistro, un sonaglio di metallo agitato durante i riti, spesso decorato con il volto della dea. Le sacerdotesse e le cantatrici portavano anche la menat, una pesante collana di perline che veniva scossa come strumento a percussione. Il ricordo del mito della Vacca Celeste riviveva nelle feste dell'ebbrezza, durante le quali si beveva in onore della dea per celebrare il ritorno dell'ordine e della gioia.

Le canzoni d'amore del Nuovo Regno, conservate per esempio nel papiro Chester Beatty I, nominano spesso la Dorata come la divinità che fa incontrare gli innamorati. La giovane che desidera l'amato le rivolge preghiere, e l'amato ringrazia la dea per avergli concesso la donna che desiderava. In questi testi, scritti tra il XIII e il XII secolo a.C., Hathor appare vicina alla vita quotidiana, lontana dalla solennità dei templi.

Dendera, Deir el-Bahari e il Sinai

Il centro principale del culto era Dendera, nell'Alto Egitto. Il tempio che vi si visita oggi, tra i meglio conservati del paese, fu costruito in età tolemaica e romana, a partire dal I secolo a.C., su luoghi sacri molto più antichi. Da una cappella sul suo tetto proviene il celebre zodiaco di Dendera, staccato e portato in Francia nel 1821 e oggi al Louvre. Ogni anno la statua della dea partiva in barca verso Edfu, per un incontro rituale con Horus.

Altri santuari erano sparsi in tutto l'Egitto e oltre i suoi confini. A Deir el-Bahari, nel tempio funerario della regina Hatshepsut, una cappella è dedicata a Hathor e presenta colonne con il volto della dea. Nel Sinai, presso le miniere di Serabit el-Khadim, era venerata come Signora della turchese, mentre a Biblos, sulla costa fenicia, gli Egizi la riconoscevano nella dea locale chiamata Signora di Biblos.

La Signora dell'Occidente

Hathor era infine una dea dell'aldilà. Nella regione tebana accoglieva i defunti come Signora dell'Occidente, e in alcune immagini emerge in forma di vacca dalla montagna della necropoli. In altre è la Signora del sicomoro, che dall'albero offre acqua e cibo al defunto. Molti Egizi speravano di unirsi a lei dopo la morte, e in epoca tarda le donne defunte potevano essere chiamate con il suo nome, come gli uomini con quello di Osiride.

Amore, musica, maternità e morte non erano per gli Egizi sfere separate, ma momenti di un unico ciclo della vita. Hathor ne era la custode sorridente, e il suo volto dalle orecchie bovine, scolpito sui capitelli di Dendera, continua ancora oggi ad accogliere, con la stessa serenità, chi varca la soglia del suo tempio.