Kamadeva e Rati: il dio indiano del desiderio e la sua sposa
Kamadeva, dio indiano dell'amore, con l'arco di canna da zucchero e le frecce di fiori: il Rigveda, l'occhio di Shiva, Kalidasa e il lamento di Rati.
Nell'India antica il desiderio aveva un nome e un volto. Kama, parola che in sanscrito indica il desiderio e il piacere, è insieme un concetto filosofico, uno degli scopi della vita umana, e una divinità, Kamadeva, il dio dell'amore. Accanto a lui sta Rati, la sua sposa, il cui nome significa «diletto» o «piacere amoroso». La loro storia attraversa gli inni vedici, i Purana e i capolavori della poesia classica.
Dal desiderio cosmico al dio con l'arco
Già nel Rigveda, nell'inno della creazione del decimo libro, il desiderio compare all'origine di tutto: in principio, dice il testo, sorse il desiderio, primo seme della mente. In questa forma Kama non è ancora un personaggio, ma una forza cosmica, come l'Eros di Esiodo. Più tardi la tradizione indiana lo annoverò tra i purushartha, gli scopi della vita, accanto a dharma, artha e moksha; a esso è dedicato il Kamasutra attribuito a Vatsyayana.
Nelle opere più tarde Kamadeva assume un aspetto preciso. È un giovane bellissimo che impugna un arco di canna da zucchero, con la corda formata da una fila di api, e scaglia cinque frecce di fiori. Cavalca un pappagallo e il suo stendardo reca il makara, una creatura acquatica mitica. Lo accompagna spesso Vasanta, la Primavera, perché la stagione dei fiori era considerata il tempo naturale del desiderio.
L'occhio di Shiva
Il mito più famoso che lo riguarda è narrato nei Purana e nel poema Kumarasambhava di Kalidasa, il grande poeta sanscrito vissuto probabilmente tra il IV e il V secolo d.C. Gli dèi, minacciati dal demone Taraka, sanno che solo un figlio di Shiva potrà sconfiggerlo. Ma Shiva è immerso in una meditazione profonda, indifferente alla giovane Parvati, figlia dell'Himalaya, che lo serve con devozione.
Kamadeva accetta di aiutare gli dèi e scocca una freccia contro Shiva. Il dio, turbato, apre il terzo occhio sulla fronte e con una fiamma riduce in cenere l'arciere. Da allora Kama è detto Ananga, «senza corpo»: il desiderio continua ad agire, ma invisibile. Parvati conquisterà Shiva non con la seduzione ma con l'ascesi, e dalla loro unione nascerà Kumara, chiamato anche Skanda o Kartikeya.
Il lamento di Rati
Il quarto canto del Kumarasambhava è interamente dedicato al pianto di Rati sulle ceneri dello sposo, uno dei brani più celebri della poesia classica indiana. La dea ricorda la bellezza perduta di Kama e decide di seguirlo sul rogo, ma una voce divina la trattiene, annunciando che lo sposo riavrà un corpo quando Shiva avrà preso in moglie Parvati.
Secondo il Bhagavata Purana, Kama rinacque come Pradyumna, figlio di Krishna e di Rukmini. Rapito appena nato dal demone Shambara e gettato in mare, fu ingoiato da un pesce e ritrovato nella cucina del demone, dove lo crebbe Mayavati, che era in realtà Rati. Divenuto adulto, Pradyumna uccise Shambara e tornò con lei a Dvaraka, la città di Krishna.
Kamadeva è stato onorato soprattutto nelle feste di primavera, legate in alcune regioni a Holi e a Vasant Panchami. Il suo mito racconta una verità su cui la cultura indiana non ha mai smesso di meditare: il desiderio può essere bruciato, ma non distrutto, e continua a operare anche quando non lo si vede, come un arciere senza corpo che non smette di tendere il suo arco fiorito.
Amore e MitoUn sito dello Studio Esoterico Cornelio