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Petrarca e Laura, il lauro, l'aura e l'amore che diventa poesia

Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

Il 6 aprile 1327 ad Avignone Petrarca vide Laura per la prima volta: la storia del Canzoniere, dei giochi sul suo nome e dell'enigma della sua identità.

Di Laura sappiamo quasi tutto ciò che Petrarca volle dirci e quasi nulla di ciò che vorremmo sapere. Per oltre quarant'anni il poeta scrisse di lei, prima viva e poi morta, costruendo attorno al suo nome il libro di poesie d'amore più imitato della storia europea. Eppure l'identità storica della donna resta incerta, e forse lo è rimasta di proposito.

Una data e una chiesa

Francesco Petrarca, nato ad Arezzo nel 1304, crebbe in Provenza, dove la famiglia si era trasferita al seguito della corte papale di Avignone. In una nota scritta di suo pugno sul codice di Virgilio che possedeva, oggi conservato alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, annotò di aver visto Laura per la prima volta il 6 aprile 1327, nella chiesa di Santa Chiara ad Avignone.

Nella stessa nota registrò la morte di lei, avvenuta il 6 aprile 1348, nel pieno della grande epidemia di peste. La coincidenza delle date, ventuno anni esatti di distanza, e il legame con il Venerdì santo, che il poeta indica nei versi come giorno del primo incontro, mostrano quanto l'amore fosse per lui intrecciato con il calendario e con la memoria religiosa.

Il Canzoniere

Petrarca chiamò la sua raccolta in latino Rerum vulgarium fragmenta, frammenti di cose in volgare, quasi a sminuirla. Comprende 366 componimenti, in gran parte sonetti, ma anche canzoni, sestine, ballate e madrigali. È divisa in due parti, le rime in vita e in morte di Laura, e il poeta continuò a correggerla e riordinarla fino agli ultimi anni.

Il libro non racconta una storia nel senso moderno. Laura non risponde mai al poeta, e la sua figura emerge da dettagli ricorrenti: i capelli biondi, gli occhi, la voce, il paesaggio di Valchiusa, presso la sorgente della Sorgue, dove Petrarca si ritirava a scrivere. Celebre è il sonetto che comincia «Erano i capei d'oro a l'aura sparsi», in cui il ricordo della bellezza giovanile si mescola al tempo che passa.

Il gioco del nome

Il nome di Laura si presta a molti giochi di parole che Petrarca sfrutta in continuazione. Diventa l'aura, cioè il vento leggero; il lauro, l'alloro sacro ad Apollo e simbolo della gloria poetica; l'oro dei capelli. L'8 aprile 1341 Petrarca ricevette in Campidoglio, a Roma, la corona d'alloro dei poeti, e l'amore per la donna e il desiderio di fama finirono per fondersi nella stessa pianta.

Nel Secretum, un dialogo in latino con sant'Agostino, Petrarca si accusa di questo amore come di un ostacolo alla salvezza. Il Canzoniere stesso si chiude con una canzone alla Vergine, in cui il poeta chiede perdono per essersi perduto dietro a una bellezza mortale. Il conflitto tra desiderio terreno e aspirazione spirituale è il vero tema della raccolta.

Chi era Laura

Nel 1764 l'abate Jacques-François de Sade propose di identificarla con Laure de Noves, moglie di Hugues de Sade e antenata della sua famiglia. L'ipotesi ebbe grande fortuna, ma non è dimostrata. Già alcuni contemporanei sospettavano che Laura fosse soltanto un'invenzione poetica, e Petrarca dovette difendersi in una lettera all'amico Giacomo Colonna, assicurando che era una donna reale.

Reale o in parte immaginata, Laura ha dato forma a secoli di poesia. Dopo che Pietro Bembo, nel Cinquecento, indicò Petrarca come modello della lingua poetica, il petrarchismo si diffuse in tutta Europa, da Ronsard a Shakespeare. Per questo la donna incontrata in una chiesa di Avignone è diventata la musa per eccellenza della lirica occidentale.