Piramo e Tisbe, gli amanti di Babilonia e il gelso insanguinato
Il racconto di Ovidio su Piramo e Tisbe: la fessura nel muro, l'appuntamento alla tomba di Nino, la leonessa e il gelso, fino a Shakespeare e al teatro barocco.
Molto prima di Romeo e Giulietta, il mondo antico conosceva la storia di due giovani vicini di casa, divisi dalle famiglie e uniti nella morte da un equivoco. È la vicenda di Piramo e Tisbe, narrata da Ovidio nel quarto libro delle Metamorfosi, all'inizio del I secolo d.C. È anche una leggenda sull'origine di un colore: quello scuro delle more del gelso.
Una fessura nel muro
Ovidio mette il racconto in bocca a una delle figlie di Minia, che rifiutano di partecipare ai riti di Bacco e passano il tempo tessendo e narrando storie. La scena è Babilonia, la città che, dice il poeta, la regina Semiramide aveva cinto di mura di mattoni cotti. Piramo è il più bello dei giovani, Tisbe la più ammirata delle fanciulle d'Oriente, e le loro case sono contigue.
I genitori vietano le nozze, ma non possono impedire l'amore. I due scoprono una sottile crepa nel muro che separa le abitazioni e se ne servono per parlarsi sottovoce. Di sera si salutano baciando ciascuno la propria parte della parete. Finché, stanchi dei divieti, decidono di fuggire di notte dalla città.
L'appuntamento sotto il gelso
Il luogo scelto per incontrarsi è la tomba di Nino, l'antico re di Babilonia, dove sorge un alto gelso carico di frutti bianchi come la neve, vicino a una fonte. Tisbe arriva per prima, avvolta in un velo. Ma alla fonte si avvicina una leonessa che ha appena sbranato dei buoi e ha le fauci sporche di sangue. Spaventata, la ragazza fugge in una grotta e perde il velo.
La belva, prima di andarsene, lo lacera con la bocca insanguinata. Poco dopo arriva Piramo, vede le orme del leone e il velo macchiato, e crede che Tisbe sia stata divorata per colpa sua. Si trafigge con la spada sotto il gelso, e il sangue che sgorga dalla ferita tinge di scuro i frutti dell'albero.
Le more color porpora
Tisbe torna, riconosce l'albero solo a fatica perché le more hanno cambiato colore, e trova l'amato morente. Piramo apre gli occhi al suono del suo nome e li richiude per sempre. La giovane prega i genitori di concedere ai due una sola tomba, chiede al gelso di conservare in ricordo frutti scuri e si uccide con la stessa spada.
Il poeta conclude che le preghiere furono esaudite: da allora i frutti del gelso, quando maturano, diventano scuri, e le ceneri dei due amanti riposano in un'unica urna. Il racconto unisce così un dramma d'amore a un mito eziologico, cioè a una spiegazione leggendaria di un fenomeno naturale, secondo uno schema frequente nelle Metamorfosi.
Da Ovidio a Shakespeare
Nel Medioevo la storia fu molto amata: la riprese Geoffrey Chaucer nella Leggenda delle donne virtuose e la citò Dante nel Purgatorio. Nel 1618 lo spagnolo Luis de Góngora le dedicò un poema burlesco. Shakespeare la mise in scena due volte: come modello lontano di Romeo e Giulietta e come recita goffa degli artigiani nel Sogno di una notte di mezza estate.
Che la si legga come tragedia o come parodia, la storia di Piramo e Tisbe ha fissato alcuni elementi che torneranno in tutta la letteratura amorosa: le famiglie ostili, l'incontro segreto, l'equivoco fatale e la morte che riunisce ciò che la vita aveva diviso. Non stupisce che, a duemila anni di distanza, la fessura nel muro resti una delle immagini più riconoscibili dell'amore contrastato.
Amore e MitoUn sito dello Studio Esoterico Cornelio