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Didone ed Enea, la regina di Cartagine e l'eroe in fuga

Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

Nel quarto libro dell'Eneide Didone ama Enea, che la abbandona per obbedire al destino: la tragedia della regina di Cartagine da Virgilio a Purcell e Berlioz.

Tra le pagine più lette della poesia latina c'è il quarto libro dell'Eneide, dedicato all'amore tra Didone, regina di Cartagine, ed Enea, il profugo troiano destinato a fondare in Italia la stirpe di Roma. Virgilio lo compose negli ultimi anni della sua vita, prima del 19 a.C., e ne fece una delle tragedie amorose più intense dell'antichità.

Una regina fondatrice

Didone, chiamata anche Elissa, era una principessa fenicia di Tiro. Il fratello Pigmalione, re della città, le uccise il marito Sicheo per impadronirsi delle sue ricchezze. Avvertita in sogno, Didone fuggì per mare con il tesoro e un gruppo di fedeli e approdò sulla costa dell'Africa, dove fondò Cartagine. Secondo la leggenda comprò tanta terra quanta ne poteva circondare una pelle di toro, che tagliò in strisce sottilissime.

Quando la flotta di Enea, dispersa da una tempesta voluta da Giunone, giunge sulle sue coste, Didone accoglie i Troiani con generosità. Durante il banchetto Enea narra la caduta di Troia e il suo lungo viaggio. Venere, per proteggere il figlio, fa in modo che Cupido accenda nella regina un amore irresistibile. È un incantesimo degli dèi.

L'antica fiamma

Didone aveva giurato fedeltà alla memoria di Sicheo. Confidandosi con la sorella Anna, confessa di riconoscere in sé «veteris vestigia flammae», le tracce dell'antica fiamma. Dante riprenderà quelle parole nel Purgatorio, al ritorno di Beatrice. Anna la incoraggia, e durante una caccia una tempesta spinge Didone ed Enea a ripararsi nella stessa grotta, dove si uniscono.

Didone chiama quell'unione matrimonio, mentre Virgilio la definisce una colpa e l'inizio della rovina. La Fama diffonde la notizia, e il re africano Iarba, pretendente respinto, si lamenta con Giove. Il padre degli dèi manda Mercurio a ricordare a Enea il suo destino: non deve fermarsi a Cartagine, ma raggiungere l'Italia.

L'abbandono e il rogo

Enea prepara la partenza in segreto. Didone lo scopre e lo affronta con un discorso pieno di dolore e di ira, ma lui risponde che non segue l'Italia per sua scelta. Quando le navi troiane lasciano il porto, la regina fa innalzare un rogo, vi sale e si trafigge con la spada che Enea le aveva lasciato, maledicendolo.

Nella maledizione invoca un vendicatore che nasca dalle sue ossa, «exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor». I lettori romani vi riconoscevano Annibale e l'origine leggendaria delle guerre puniche. Nel sesto libro Enea la incontra negli Inferi, tra le anime morte d'amore: lei lo ascolta in silenzio, gli volta le spalle e torna dal suo primo sposo, Sicheo.

Una storia che commosse i secoli

Già gli antichi sapevano che la cronologia non tornava: la tradizione poneva la fondazione di Cartagine secoli dopo la guerra di Troia, e lo storico Giustino riferisce una versione più antica in cui Elissa si uccide per non sposare Iarba, senza alcun Enea. Sant'Agostino ricorda nelle Confessioni di aver pianto da ragazzo sulla morte di Didone, e Dante la colloca tra i lussuriosi del quinto canto dell'Inferno.

Nel teatro musicale la regina trovò nuova voce con Dido and Aeneas di Henry Purcell, intorno al 1689, e con Les Troyens di Hector Berlioz. Il suo destino mette in luce il prezzo umano della missione di Enea: Roma nasce anche dal sacrificio di una donna che aveva creduto in un amore. Poche figure della poesia antica hanno parlato in modo così diretto alle epoche successive.