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Diotima e la scala d'amore: nascita dell'amore platonico

Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

Il discorso di Diotima nel Simposio: Eros figlio di Poros e Penia, la generazione nella bellezza, la scala d'amore e la sua fortuna da Ficino a Bembo.

Il cuore filosofico del Simposio non è pronunciato direttamente da Socrate. Il filosofo dichiara di riferire ciò che gli insegnò, quando era giovane, Diotima di Mantinea, una donna esperta di cose d'amore e di riti religiosi. Gli studiosi discutono se sia esistita davvero o se Platone l'abbia inventata; in ogni caso la scelta di affidare a una donna la dottrina più alta del dialogo è significativa.

Eros figlio di Poros e Penia

Diotima racconta un mito. Nel giorno della nascita di Afrodite gli dèi tennero un banchetto; vi giunse Penia, la Povertà, a mendicare, e si unì a Poros, l'Espediente, addormentato ebbro di nettare nel giardino di Zeus. Da quell'unione nacque Eros, che porta in sé la natura di entrambi i genitori: è sempre bisognoso, scalzo e senza casa, ma anche astuto, intraprendente e cacciatore di ciò che è bello.

Per questo Eros non è un dio, ma un demone, un essere intermedio tra il mortale e il divino che mette in comunicazione i due mondi. È anche filosofo, perché il filosofo sta a metà tra la sapienza e l'ignoranza: desidera il sapere proprio perché sa di non possederlo. L'amore, nel discorso di Diotima, coincide con una mancanza consapevole e feconda.

Generare nella bellezza

Diotima spiega che l'amore è desiderio di possedere il bene per sempre, e che questo desiderio si manifesta come volontà di generare nella bellezza. I corpi generano figli, ma le anime possono generare opere, leggi e virtù. Omero, Esiodo, Licurgo e Solone, dice la sacerdotessa, hanno lasciato figli più duraturi di quelli di carne, perché i loro versi e le loro istituzioni continuano a vivere.

I gradini della scala

Segue la celebre ascesa. Chi è guidato rettamente comincia amando un solo bel corpo, poi comprende che la bellezza di tutti i corpi è una sola; passa quindi alla bellezza delle anime, poi a quella delle attività e delle leggi, poi a quella delle conoscenze. Alla fine, all'improvviso, contempla il Bello in sé, eterno, che non nasce né muore e non è bello per un aspetto e brutto per un altro.

Non si tratta di rinunciare all'amore umano, ma di attraversarlo. Ogni gradino conserva qualcosa del precedente e lo supera. Da qui nasce l'espressione amore platonico, che nel linguaggio comune indica un affetto privo di desiderio fisico, ma che in origine designa un cammino in cui l'attrazione per la bellezza si trasforma gradualmente in conoscenza.

Da Ficino a Bembo

L'espressione si deve in gran parte a Marsilio Ficino, che a Firenze tradusse in latino l'intero corpus platonico e scrisse un commento al Simposio, noto come De amore, composto intorno al 1469. Ficino ambientò l'opera in un banchetto tenuto nella villa medicea di Careggi il 7 novembre, giorno in cui la tradizione fissava la nascita e la morte di Platone, e rilesse i discorsi greci in chiave cristiana.

Il neoplatonismo amoroso dilagò nella cultura del Rinascimento. Pietro Bembo lo mise al centro degli Asolani, pubblicati nel 1505, e Baldassarre Castiglione chiuse il quarto libro del Cortegiano proprio con un discorso affidato a Bembo sull'ascesa dell'amore dalla bellezza sensibile a quella divina. Poeti come Michelangelo ne fecero la materia di versi intensi e tormentati.

Il discorso di Diotima è uno dei testi più influenti mai scritti sull'amore. Ha dato alla cultura europea l'idea che il desiderio possa essere una forma di conoscenza, e che amare una persona bella sia il primo passo di un cammino verso qualcosa di più grande. I lirici e i trattatisti del Rinascimento, e attraverso di loro buona parte della poesia moderna, si muovono dentro questa eredità.