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Andrea Cappellano e il De amore: il codice dell'amore cortese

Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

Il De amore di Andrea Cappellano: la definizione dell'amore, i dialoghi, i giudizi delle dame, le trentuno regole e la condanna parigina del 1277.

Tra i testi che hanno dato forma all'idea medievale dell'amore, il più sistematico è un trattato in prosa latina scritto da un chierico di nome Andrea, che si definisce cappellano. Il De amore, noto anche come De arte honeste amandi, risale con ogni probabilità agli anni Ottanta del XII secolo. Della vita dell'autore si sa pochissimo: con ogni verosimiglianza operò nell'ambiente della corte di Champagne.

Una definizione celebre

Il trattato si apre con una definizione destinata a lunga fortuna: l'amore è «passio quaedam innata procedens ex visione», una passione innata che nasce dalla vista e dal pensiero smisurato della bellezza dell'altro sesso. L'amore, dunque, entra dagli occhi e cresce nella mente, che non smette di immaginare la persona amata. È una concezione vicina alle teorie mediche dell'epoca sulla malattia d'amore.

Il primo libro contiene una serie di dialoghi modello tra uomini e donne di condizione diversa: un borghese e una nobile, un nobile e una donna di rango più alto, e così via. In ogni dialogo l'uomo cerca di conquistare la dama con argomenti raffinati, e la donna risponde con altrettanta abilità. Sono esercizi di retorica che rivelano quanto l'amore fosse, per quella società, anche una questione di gerarchia e di linguaggio.

Le sentenze delle dame e le regole d'amore

Il secondo libro spiega come l'amore si conservi, aumenti o finisca, e riporta una serie di giudizi d'amore attribuiti a grandi dame del tempo, tra cui Maria di Champagne, Eleonora d'Aquitania ed Ermengarda di Narbona. Sono casi controversi risolti come in un tribunale. Che queste sentenze siano state davvero pronunciate è improbabile: si tratta quasi certamente di una finzione letteraria che imita il linguaggio giuridico.

Nella più famosa, Maria di Champagne sostiene che il vero amore non può esistere tra marito e moglie, perché gli sposi sono legati dall'obbligo, mentre gli amanti si concedono tutto liberamente. Il libro si chiude con le trentuno regole dell'amore, consegnate dal Re d'Amore a un cavaliere bretone. La prima recita: «Causa coniugii ab amore non est excusatio recta», il matrimonio non è una valida scusa per non amare.

La ritrattazione e la condanna

Il terzo libro sorprende il lettore. Andrea dichiara di aver insegnato l'arte d'amare solo perché il destinatario, un giovane amico di nome Gualtieri, potesse conoscerla e quindi evitarla. Segue una lunga condanna dell'amore profano, accompagnata da pagine di aspra polemica contro le donne. Il modello è evidente: anche Ovidio aveva fatto seguire all'Ars amatoria i Remedia amoris.

Gli interpreti discutono da tempo su quale delle due parti esprima il vero pensiero dell'autore, e se il trattato vada letto come serio, ironico o didattico. Di certo la Chiesa lo guardò con sospetto: nel 1277 il vescovo di Parigi Étienne Tempier, nel condannare una lunga serie di tesi filosofiche, menzionò esplicitamente anche un libro sul dio d'amore, generalmente identificato con il De amore.

Il trattato di Andrea fu tradotto in diverse lingue volgari, tra cui il francese e il toscano, e circolò ampiamente. Non è un manuale della pratica amorosa delle corti, ma la loro autorappresentazione intellettuale. Per gli storici della letteratura resta un documento essenziale per comprendere il linguaggio dei trovatori e il lessico che passerà, trasformato, alla poesia italiana del Duecento.