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Orfeo ed Euridice: il canto che sfidò la morte

Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

Orfeo scende negli Inferi per riavere Euridice e la perde con uno sguardo: il mito in Virgilio e Ovidio, le sue letture antiche e la fortuna nell'opera lirica.

Fra tutte le storie d'amore dell'antichità, quella di Orfeo ed Euridice è la più legata al potere della musica. Orfeo, cantore della Tracia e figlio della musa Calliope, sapeva con la lira ammansire le belve e muovere le pietre. Il mito racconta che perse la giovane sposa poco dopo le nozze e che osò scendere nel regno dei morti per riaverla.

Le fonti: Virgilio e Ovidio

Virgilio narra la vicenda nel quarto libro delle Georgiche, composte intorno al 29 a.C., dentro la storia dell'apicoltore Aristeo. È proprio Aristeo, secondo il poeta, a inseguire Euridice lungo un fiume: fuggendo, la ninfa non vede un serpente nascosto nell'erba e ne viene morsa. Ovidio, nel decimo libro delle Metamorfosi, la mostra invece mentre passeggia con le Naiadi dopo un matrimonio segnato da cattivi presagi.

Sul resto le versioni concordano. Orfeo entra nell'oltretomba dalla porta del Tenaro, placa con il canto Caronte e Cerbero e commuove persino Plutone e Proserpina. Ovidio aggiunge che le Furie piansero per la prima volta e che i dannati sospesero le loro pene: Tantalo smise di inseguire l'acqua, Sisifo sedette sul suo masso. Gli dèi concedono il ritorno di Euridice, ma a una condizione.

Lo sguardo proibito

Orfeo non dovrà voltarsi a guardare la sposa finché non saranno usciti entrambi dalle valli dell'Averno. Il cammino risale nel silenzio, per un sentiero ripido e buio. A un passo dalla luce, per timore di perderla o per desiderio di vederla, il cantore si gira, ed Euridice scivola indietro morendo una seconda volta. In Ovidio lei non si lamenta: di che cosa, se non di essere stata amata?

Già gli antichi lessero il gesto in modi diversi. Nel Simposio di Platone, Fedro sostiene che gli dèi mostrarono a Orfeo soltanto un fantasma della donna, perché egli non aveva avuto il coraggio di morire per amore come Alcesti. Altri vi videro l'immagine della fragilità umana davanti a un divieto, tema che ritorna in molte tradizioni, dalla moglie di Lot alla favola di Psiche.

La morte del cantore

Dopo la seconda perdita, racconta Virgilio, Orfeo pianse per sette mesi sulle rive dello Strimone. Rifiutò ogni altra donna e questo rifiuto suscitò l'ira delle Menadi, le seguaci di Dioniso, che in Tracia lo fecero a pezzi. La testa, gettata nel fiume Ebro, continuava a invocare Euridice; secondo la tradizione approdò con la lira all'isola di Lesbo, che divenne patria della poesia lirica.

Ovidio concede agli amanti un epilogo sereno nel libro undicesimo. L'ombra di Orfeo scende di nuovo sotto terra e ritrova Euridice nei campi dei beati. Lì i due passeggiano insieme, ora fianco a fianco, ora lui davanti e lei dietro, e Orfeo può finalmente voltarsi a guardarla senza alcun timore.

Dalla lira al melodramma

Il mito ha accompagnato la nascita dell'opera lirica. A Mantova, intorno al 1480, Angelo Poliziano scrisse la Fabula di Orfeo, uno dei primi testi teatrali profani in volgare. Nel 1600 a Firenze fu rappresentata l'Euridice di Jacopo Peri su versi di Ottavio Rinuccini, e nel 1607 a Mantova L'Orfeo di Claudio Monteverdi. Nel 1762 a Vienna Gluck presentò il suo Orfeo ed Euridice, con un lieto fine affidato ad Amore.

La forza della storia sta nella sua semplicità: un amore capace di vincere la morte e perduto per un solo sguardo. Per questo Orfeo è diventato il simbolo del poeta stesso, che con il canto tenta di trattenere ciò che il tempo porta via. La sua discesa resta inoltre uno dei modelli più antichi del viaggio nell'aldilà, ripreso in forme diverse dall'Enea virgiliano e, secoli dopo, dal pellegrino della Commedia.