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Amore e Psiche, la favola dell'anima nelle Metamorfosi di Apuleio

Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

Dalla lucerna proibita alle prove imposte da Venere: la favola di Amore e Psiche narrata da Apuleio nel II secolo e la sua fortuna da Raffaello a Canova.

La favola di Amore e Psiche ci è giunta attraverso un solo autore antico, Apuleio di Madaura, scrittore e oratore nordafricano del II secolo d.C. La inserì nelle Metamorfosi, il romanzo latino noto anche come L'asino d'oro, dove occupa parte dei libri quarto, quinto e sesto. A raccontarla è una vecchia, che in una caverna di briganti vuole consolare una giovane rapita, Carite.

Una principessa troppo bella

Psiche è la più giovane di tre figlie di un re. La sua bellezza è tale che gli uomini smettono di onorare Venere per venerare lei. La dea, offesa, ordina al figlio Cupido di farla innamorare dell'essere più miserabile. Intanto un oracolo di Apollo impone ai genitori di esporre la fanciulla su una rupe, in abiti nuziali, come sposa di un mostro temuto dagli stessi dèi.

Il vento Zefiro la solleva invece e la depone in una valle fiorita, dove sorge un palazzo meraviglioso servito da voci invisibili. Ogni notte uno sposo misterioso la raggiunge al buio e se ne va prima dell'alba, chiedendole di non cercare mai di vederlo. È Cupido stesso, che disobbedendo alla madre si è innamorato della ragazza.

La lucerna e la goccia d'olio

Le due sorelle, invidiose della sua felicità, insinuano che lo sposo sia davvero un serpente mostruoso. Una notte Psiche accende una lucerna e impugna un rasoio. Alla luce scopre il dio più bello che si possa immaginare, ma una goccia d'olio bollente cade sulla spalla di Amore, che si sveglia e vola via. La felicità costruita sul divieto è perduta.

Il motivo dello sposo nascosto che non deve essere visto ricorre in molte fiabe europee. Gli studiosi del folklore lo collocano nel tipo dello sposo animale, lo stesso a cui appartengono storie come La bella e la bestia. In Apuleio, però, la favola assume anche un colore filosofico, perché Psiche in greco significa anima.

Le prove di Venere

Psiche vaga alla ricerca dello sposo e si consegna infine a Venere, che le impone compiti impossibili. Deve separare in una notte un mucchio di semi mescolati, e la aiutano le formiche. Deve raccogliere la lana d'oro di pecore feroci, e una canna parlante le suggerisce di aspettare la sera. Deve attingere l'acqua dello Stige, e l'aquila di Giove vola per lei.

L'ultima prova la conduce negli Inferi, a chiedere a Proserpina un poco della sua bellezza chiusa in un vasetto. Sulla via del ritorno Psiche, di nuovo curiosa, lo apre e cade in un sonno mortale. Amore, guarito dalla ferita, la risveglia e ottiene da Giove il permesso di sposarla. Psiche beve l'ambrosia, diventa immortale e dalla loro unione nasce una figlia, Voluttà.

Dal romanzo ai palazzi

Il Rinascimento riscoprì la favola con entusiasmo. Nella villa romana di Agostino Chigi, oggi Villa Farnesina, la Loggia di Psiche fu affrescata intorno al 1518 su disegni di Raffaello e dalla sua bottega. Tra il 1787 e il 1793 Antonio Canova scolpì il gruppo di Amore e Psiche giacenti, oggi al Louvre, che coglie l'istante del risveglio.

Le letture allegoriche della favola, già avviate nel tardo antico da Fulgenzio, vi hanno visto il cammino dell'anima che attraverso la prova si unisce al divino. Anche senza questa chiave resta un racconto perfetto, in cui la curiosità perde la felicità e la fedeltà la riconquista. Non a caso è stata riscritta, dipinta e messa in scena in ogni secolo, dalla commedia di Molière ai versi di molti poeti romantici.