Il matrimonio nell'antica Roma: mani giunte, fiaccole e soglia
Dextrarum iunctio, «ubi tu Gaius, ego Gaia», la fiaccola di biancospino, il grido Talassio e la sposa sollevata oltre la soglia: i riti delle nozze romane.
Molte usanze nuziali che consideriamo moderne hanno un antenato nella Roma antica. La sposa che varca la soglia in braccio allo sposo, le mani unite davanti ai testimoni, il corteo festoso verso la nuova casa: tutto questo compare già nelle fonti latine e greche che descrivono le nozze romane. Ricostruirne lo svolgimento significa entrare nel cuore della vita familiare di una civiltà che considerava il matrimonio la base stessa della società.
Tre forme di matrimonio
Il giurista Gaio, nelle sue Istituzioni del II secolo d.C., ricorda tre modi antichi con cui la moglie passava sotto la potestà del marito: la confarreatio, rito religioso con l'offerta di una focaccia di farro; la coemptio, una sorta di vendita simbolica; e l'usus, cioè la convivenza ininterrotta per un anno. Già ai suoi tempi, però, il matrimonio più diffuso era quello senza passaggio di potestà, fondato sul consenso e sulla convivenza.
Prima delle nozze c'era il fidanzamento, gli sponsalia, con lo scambio di promesse e il dono dell'anello. La data andava scelta con cura, perché alcuni periodi dell'anno erano considerati infausti: maggio, per esempio, era evitato, e Ovidio nei Fasti ricorda un detto popolare che sconsigliava le nozze in quel mese. Giugno, invece, era ritenuto favorevole.
La sposa e la cerimonia
La vigilia la ragazza dedicava ai Lari i giocattoli dell'infanzia. Il giorno delle nozze indossava una tunica bianca, la tunica recta, stretta in vita da una cintura chiusa con il nodo di Ercole, che solo lo sposo avrebbe sciolto. I capelli, divisi secondo un antico uso con una punta di lancia, erano raccolti in sei trecce sotto il velo color fiamma, il flammeum.
Il cuore del rito era la dextrarum iunctio. Una matrona sposata una sola volta, la pronuba, univa le mani destre degli sposi davanti ai testimoni. Plutarco, nelle Questioni romane, riporta la formula con cui la sposa si presentava: «ubi tu Gaius, ego Gaia», dove tu sei Gaio, io sono Gaia. Seguivano un sacrificio, il banchetto e gli auguri degli invitati, che gridavano «feliciter».
Il corteo e la soglia
Al calar della sera la sposa veniva accompagnata in corteo alla casa del marito. Ragazzi portavano fiaccole, una delle quali, secondo le fonti, era di biancospino; si cantavano versi scherzosi, i fescennini, e si gridava il nome di Talassio. Livio collega questo grido al ratto delle Sabine, quando una fanciulla particolarmente bella sarebbe stata destinata a un uomo di nome Talassio.
Giunta alla casa, la sposa ungeva gli stipiti e vi legava bende di lana. Poi veniva sollevata oltre la soglia, perché non vi inciampasse: Plutarco discute questa usanza tra le sue Questioni romane, proponendo diverse spiegazioni, tra cui il ricordo del rapimento delle Sabine. Il marito le offriva quindi l'acqua e il fuoco, simboli della vita domestica condivisa.
Nel rito romano ogni gesto aveva un senso preciso: il nodo da sciogliere, le mani da unire, la soglia da non toccare. Molti di questi gesti sono sopravvissuti, trasformati, nelle cerimonie europee. Quando uno sposo solleva la sposa sulla soglia di casa, ripete senza saperlo un gesto che i Romani compivano più di duemila anni fa.
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