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Chuppah, ketubah e bicchiere infranto nel matrimonio ebraico

Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

Il baldacchino nuziale, il contratto in aramaico, le sette benedizioni e il bicchiere spezzato ricordato nel Talmud: storia e significato dei riti ebraici.

Il matrimonio ebraico tradizionale è una delle cerimonie nuziali più antiche ancora celebrate in forma riconoscibile. I suoi elementi principali, il baldacchino, il contratto scritto, le benedizioni e il bicchiere spezzato, affondano le radici nella Bibbia e nella letteratura rabbinica, e si sono arricchiti nei secoli di varianti locali nelle comunità sefardite, ashkenazite e italiane.

Dal fidanzamento al baldacchino

La tradizione rabbinica distingue due momenti: il kiddushin, o erusin, con cui la donna viene consacrata allo sposo, e il nissu'in, l'ingresso nella vita coniugale. In antico i due atti potevano essere separati anche da un anno; nel Medioevo si diffuse l'uso di celebrarli insieme nella stessa cerimonia. Il gesto centrale del kiddushin è la consegna di un anello semplice, accompagnata da una formula pronunciata dallo sposo davanti a testimoni.

Il nissu'in si svolge sotto la chuppah, un baldacchino sorretto da quattro pali, spesso formato da un tallit o da un drappo ricamato. Secondo un'interpretazione tradizionale, i lati aperti ricordano la tenda di Abramo, aperta in ogni direzione per accogliere gli ospiti. La chuppah rappresenta la nuova casa che la coppia costruisce insieme. Prima della cerimonia, nel rito ashkenazita, lo sposo copre il volto della sposa con il velo, nel gesto del bedeken.

La ketubah, un contratto antico

La ketubah è il contratto matrimoniale, redatto tradizionalmente in aramaico. Il suo testo, già discusso nella Mishnah e nel Talmud, elenca gli obblighi dello sposo verso la moglie e stabilisce una somma che le spetta in caso di divorzio o di vedovanza. In origine era quindi uno strumento di tutela economica della donna, letto ad alta voce durante la cerimonia e consegnato a lei.

Nel corso dei secoli la ketubah divenne anche un'opera d'arte. Le comunità ebraiche italiane, in particolare tra Sei e Settecento, produssero ketubbot miniate di straordinaria bellezza, con cornici floreali, stemmi, figure simboliche e calligrafie raffinate. Molti di questi documenti sono oggi conservati in biblioteche e musei e costituiscono una fonte preziosa per la storia delle famiglie.

Le sette benedizioni e il bicchiere

Sotto la chuppah si recitano le sheva berakhot, le sette benedizioni, che lodano Dio creatore, ricordano la gioia del primo uomo e della prima donna nel giardino dell'Eden e invocano la consolazione di Gerusalemme. Gli sposi bevono dallo stesso calice di vino, simbolo della gioia condivisa. Le stesse benedizioni si ripetono nei banchetti dei giorni successivi.

Al termine della cerimonia lo sposo spezza un bicchiere con il piede, tra le grida di «mazal tov». Il Talmud, nel trattato Berakhot, racconta che un maestro, vedendo i rabbini troppo allegri alle nozze del figlio, ruppe davanti a loro un calice prezioso per riportarli alla serietà. Più tardi il gesto fu letto come memoria della distruzione del Tempio di Gerusalemme, perché anche nella gioia più grande non si dimentichi il lutto.

Ogni elemento del matrimonio ebraico unisce dunque la dimensione privata e quella collettiva. La coppia costruisce una casa sotto la chuppah, firma un patto scritto, riceve le benedizioni della comunità e ricorda, con il bicchiere infranto, la storia del proprio popolo. È un rito in cui l'amore viene inserito in una memoria che attraversa i millenni.