San-san-kudo: il sake condiviso nel matrimonio shintoista
Le tre coppe e i nove sorsi, il kimono bianco shiromuku, il copricapo tsunokakushi e le nozze del principe Yoshihito del 1900: il matrimonio shintoista.
In Giappone uno dei gesti più solenni del matrimonio tradizionale non consiste in una promessa pronunciata, ma in un sorso di sake. Davanti all'altare di un santuario shintoista, gli sposi bevono da tre coppe sovrapposte, ciascuno con tre sorsi, per un totale di nove. Il rito si chiama san-san-kudo, «tre tre nove volte», ed è il cuore della cerimonia nuziale shintoista.
Una cerimonia più recente di quanto sembri
Sorprendentemente, il matrimonio celebrato nel santuario, lo shinzen kekkon, non è antichissimo nella forma attuale. Per secoli le nozze giapponesi si svolsero soprattutto in casa, come accordo tra famiglie, con il passaggio della sposa nella casa del marito e lo scambio di coppe di sake tra i parenti. La cerimonia davanti ai kami, le divinità shintoiste, si diffuse in modo ampio solo all'inizio del Novecento.
La svolta è legata alle nozze del principe ereditario Yoshihito, il futuro imperatore Taishō, celebrate nel 1900 davanti al santuario del palazzo imperiale. Sull'onda di quell'evento, alcuni santuari di Tokyo iniziarono a offrire cerimonie simili alle famiglie comuni, e il modello si impose nel corso del secolo. È un buon esempio di tradizione che appare antica ma ha una data di nascita precisa.
Le tre coppe e i nove sorsi
Durante il san-san-kudo una giovane assistente del santuario, la miko, versa il sake in tre coppe piatte di dimensioni crescenti. Lo sposo e la sposa bevono a turno da ciascuna, ognuno con tre sorsi. Il numero tre era considerato propizio, perché indivisibile in due parti uguali, e il nove, prodotto di tre per tre, rafforzava l'augurio.
Il gesto di bere dalla stessa coppa ha un significato antico nella cultura giapponese, dove lo scambio di sake suggella legami di fedeltà e di alleanza. Nel contesto nuziale unisce non solo i due sposi, ma anche le loro famiglie: in molte cerimonie, dopo la coppia, anche i genitori e i parenti partecipano a uno scambio di coppe. Seguono la lettura di una formula di impegno e l'offerta di un ramo di sakaki, albero sacro della tradizione shintoista.
Il bianco della sposa e il copricapo
Per la cerimonia nel santuario la sposa indossa spesso lo shiromuku, un kimono interamente bianco, colore che nella tradizione indicava purezza e un nuovo inizio. Sul capo porta talvolta il tsunokakushi, una fascia bianca che, secondo una spiegazione popolare, servirebbe a nascondere le «corna» della gelosia e dell'orgoglio, in segno di mitezza verso la nuova famiglia.
In alternativa si usa il wataboshi, un ampio cappuccio bianco che copre quasi interamente il capo. Per il ricevimento la sposa può cambiare abito, indossando un kimono colorato, l'iro-uchikake, oppure un abito occidentale. Nel Giappone contemporaneo, infatti, molte coppie scelgono cerimonie in stile occidentale, ma il santuario resta una scelta molto amata.
Il san-san-kudo mostra come un gesto semplice possa condensare un intero sistema di valori: il rispetto per i kami, l'unione di due famiglie, l'importanza dei numeri propizi. E ricorda che le tradizioni non sono mai immobili, ma si trasformano, talvolta prendendo la forma che oggi riconosciamo solo in tempi relativamente recenti.
Amore e MitoUn sito dello Studio Esoterico Cornelio