Afrodite Urania e Pandemos: le due Veneri da Platone a Tiziano
Afrodite Urania e Pandemos: il discorso di Pausania nel Simposio, i culti di Atene ed Elide, le due Veneri di Ficino e l'Amor sacro e Amor profano di Tiziano.
Una delle idee più durature sull'amore nacque da una distinzione religiosa. I Greci veneravano Afrodite con molti epiteti, e due di essi, Urania, «celeste», e Pandemos, «di tutto il popolo», erano legati a culti diversi. Un dialogo di Platone ne fece il simbolo di due forme di amore, e da allora la coppia delle due Veneri ha attraversato la filosofia e l'arte europee.
Due epiteti, due culti
In origine i due nomi non indicavano un amore nobile e uno volgare. Afrodite Urania era venerata in molte città, spesso come dea di origine orientale; Erodoto ne collocava il santuario più antico ad Ascalona. Ad Atene, secondo Pausania, la dea Urania aveva un santuario non lontano dall'agorà, con una statua di marmo pario attribuita a Fidia, mentre a Citera il suo tempio era considerato tra i più venerandi della Grecia.
Afrodite Pandemos era invece una dea civica, protettrice dell'intera comunità. Pausania riferisce che il suo culto ad Atene, alle pendici sud-occidentali dell'Acropoli, risaliva a Teseo, che l'avrebbe istituito quando riunì gli abitanti dell'Attica in un'unica città. Una tradizione più tarda, riferita da Ateneo, lo collegava invece a Solone. In questo senso Pandemos significava «di tutto il demos», senza alcuna connotazione negativa.
Il discorso di Pausania nel Simposio
Il significato morale della coppia nasce nel Simposio di Platone. Uno dei convitati, l'ateniese Pausania, da non confondere con il viaggiatore del II secolo d.C., sostiene che esistono due Afroditi. La più antica, Urania, è figlia del solo Urano e non ha madre; la più giovane, Pandemos, è figlia di Zeus e di Dione. Poiché ogni Afrodite ha il suo Eros, ne derivano due amori diversi.
L'amore legato a Pandemos, spiega Pausania, si rivolge al corpo più che all'anima, cerca soltanto il proprio appagamento e si dirige indifferentemente verso chiunque. Quello che deriva da Urania mira invece all'anima e alla virtù, ed è costante. Il discorso rielabora così le due genealogie di Afrodite, quella di Esiodo e quella di Omero, trasformandole in una gerarchia morale. Anche Senofonte, nel suo Simposio, riprende una distinzione simile.
Da Elide al Rinascimento
Il contrasto ebbe anche una forma visiva. Pausania il viaggiatore descrive a Elide due statue: un'Afrodite Urania in avorio e oro opera di Fidia, con un piede appoggiato su una tartaruga, e un'Afrodite Pandemos in bronzo di Scopa, seduta su un caprone. Plutarco interpretò la tartaruga come simbolo della donna che custodisce la casa e il silenzio, segno che le due immagini erano ormai lette in chiave morale.
Nel Rinascimento Marsilio Ficino, nel commento latino al Simposio noto come De amore, composto intorno al 1469, parlò di due Veneri: una celeste, che eleva l'anima alla contemplazione della bellezza divina, e una volgare, che genera la bellezza nel mondo sensibile. Per Ficino entrambe erano degne di onore, purché la seconda restasse ordinata alla prima, come un riflesso alla sua luce.
Questa tradizione è stata spesso richiamata dagli storici dell'arte per interpretare il dipinto di Tiziano conservato alla Galleria Borghese di Roma, eseguito intorno al 1514 e chiamato soltanto più tardi Amor sacro e Amor profano. Il titolo non è originale e il significato dell'opera resta dibattuto, ma le due donne, una vestita e una nuda, sono state lette da molti proprio come le due Veneri di Ficino.
Amore e MitoUn sito dello Studio Esoterico Cornelio