La vena amoris: perché l'anello va all'anulare sinistro
Dalla credenza egizia riferita da Gellio e Macrobio alla vena amoris dei giuristi inglesi: la storia dell'anello portato al quarto dito della mano sinistra.
Pochi gesti sono tanto diffusi quanto infilare un anello al quarto dito della mano sinistra. La consuetudine sembra ovvia, eppure dietro di essa si nasconde una teoria anatomica antica, sbagliata ma affascinante: l'idea che da quel dito partisse un collegamento diretto con il cuore. La storia di questa credenza attraversa l'Egitto ellenistico, gli eruditi latini, la liturgia cristiana e i trattati giuridici dell'età moderna, fino a diventare la «vena dell'amore» di cui ancora oggi si parla.
Una teoria egizia raccontata dai Latini
La testimonianza più antica arriva da Aulo Gellio, che nelle Notti attiche, scritte nel II secolo d.C., riferisce l'opinione del grammatico Apione. Secondo questo autore alessandrino, gli Egizi avrebbero scoperto, sezionando i corpi, un nervo sottilissimo che dal dito vicino al mignolo della mano sinistra arrivava fino al cuore. Per questo motivo, scrive Gellio, Greci e Romani avevano preso l'abitudine di portare l'anello proprio su quel dito, ritenendolo il più degno di un simile onore.
Più di due secoli dopo, Macrobio riprende la stessa spiegazione nei Saturnali, attribuendola ancora una volta agli Egizi. Aggiunge che quel dito era chiamato «medicinale», perché i medici lo usavano per mescolare i preparati, convinti che nulla di dannoso potesse toccarlo senza che il cuore se ne accorgesse. Siamo, naturalmente, nel campo delle credenze: l'anatomia moderna non conosce alcuna vena che colleghi un solo dito al cuore in modo privilegiato.
L'anello di ferro dei fidanzati romani
A Roma l'anello di fidanzamento aveva un valore concreto, quasi contrattuale. Plinio il Vecchio, nella Naturalis historia, ricorda che ai suoi tempi alla promessa sposa si mandava ancora, come dono, un anello di ferro senza gemma. Era il segno di un impegno preso tra famiglie, più che una dichiarazione sentimentale. Col tempo comparvero anelli d'oro e modelli con due mani intrecciate, il motivo della dextrarum iunctio, da cui deriva l'uso italiano di chiamare «fede» l'anello nuziale.
Il cristianesimo ereditò l'usanza e la inserì nella liturgia. Nei riti medievali l'anello veniva benedetto e posto sul dito della sposa, talvolta toccando in sequenza più dita mentre si pronunciavano le parole trinitarie, per fermarsi infine sul quarto. Il Book of Common Prayer inglese del 1549 fissò la formula «With this ring I thee wed», che accompagna ancora oggi molte cerimonie anglosassoni.
La vena amoris dei giuristi
L'espressione latina vena amoris, così come la usiamo, non è antica. Compare in un trattato inglese sugli sponsali del giurista Henry Swinburne, pubblicato postumo nel 1686, che riprende la vecchia teoria e parla di una vena capace di portare il sangue dal quarto dito fino al cuore. Da lì la formula passò nei libri di curiosità e nei manuali di galateo, diventando la spiegazione più ripetuta della consuetudine.
Non tutte le culture, però, hanno seguito la stessa regola. In diversi paesi dell'Europa centrale e orientale, come la Germania, la Polonia o la Russia, la fede nuziale si porta tradizionalmente alla mano destra, mentre l'anello di fidanzamento può cambiare mano dopo le nozze. La mano destra, del resto, era quella del giuramento e della stretta che sanciva i patti.
Resta il fatto che una teoria anatomica errata, riferita di seconda mano da un grammatico egizio e conservata da due eruditi latini, ha orientato per quasi duemila anni uno dei gesti più intimi della vita europea. La vena amoris non esiste, ma la sua storia mostra quanto le usanze d'amore sappiano sopravvivere alle ragioni che le avevano fatte nascere.
Amore e MitoUn sito dello Studio Esoterico Cornelio