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Catullo e Lesbia: odio e amore nella Roma della tarda repubblica

Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

Catullo e Lesbia: chi era la donna dei carmi, i mille baci, il tradimento e il celebre Odi et amo. Storia del canzoniere d'amore più vivo di Roma.

Gaio Valerio Catullo nacque a Verona e morì giovane, probabilmente intorno alla metà del I secolo a.C.; le date tramandate da san Girolamo sono discusse dagli studiosi. In pochi anni compose un libretto di 116 carmi che costituisce il ritratto più vivo dell'amore nella poesia latina. Al centro di molti testi c'è una donna chiamata Lesbia, nome poetico che rende omaggio a Saffo, la poetessa di Lesbo da lui ammirata e tradotta.

Chi era Lesbia

Lo scrittore Apuleio, nel II secolo d.C., afferma che sotto il nome di Lesbia si nascondeva una certa Clodia. Gran parte degli studiosi la identifica con Clodia, moglie del console Quinto Cecilio Metello Celere e sorella del tribuno Publio Clodio Pulcro, la stessa donna che Cicerone attaccò duramente nell'orazione Pro Caelio del 56 a.C. L'identificazione è plausibile e molto diffusa, ma non è certa, e va tenuta distinta dalla lettura dei versi.

In ogni caso, la Lesbia dei carmi è soprattutto una costruzione letteraria. Catullo racconta la storia di un amore che passa dall'entusiasmo alla gelosia, dal tradimento alla rottura, senza un ordine cronologico sicuro, perché la disposizione del libro probabilmente non risale all'autore. Il lettore ricompone la vicenda attraverso frammenti, come si farebbe con le pagine sparse di un diario.

Dai baci al tradimento

Alcuni carmi sono rimasti proverbiali. Nel quinto il poeta invita l'amata a vivere e ad amare, «Vivamus, mea Lesbia, atque amemus», e a ignorare le chiacchiere dei vecchi severi, perché il sole tramonta e ritorna, mentre per gli uomini, spenta la breve luce, resta una notte eterna. Segue la celebre richiesta di mille baci, poi cento, poi altri mille, da confondere perché nessun invidioso possa contarli.

Il tono cambia in altri componimenti. Nell'ottavo Catullo si rivolge a se stesso, «Miser Catulle, desinas ineptire», ordinandosi di smettere di essere sciocco e di accettare la fine. Nel carme 72 distingue tra amare e voler bene: il tradimento lo spinge ad amare di più, ma a stimare di meno. Il carme 11, in strofe saffiche, affida a due amici un congedo durissimo per la donna.

Odi et amo

Il distico del carme 85 è forse il testo d'amore più famoso della latinità: «Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris», odio e amo, forse mi chiedi perché lo faccio. Il poeta risponde di non saperlo, ma di sentire che accade e di esserne torturato. In due soli versi sono contenuti il paradosso del sentimento e l'impossibilità di spiegarlo con la ragione.

Catullo apparteneva alla cerchia di autori che Cicerone chiamò, con una punta di ironia, poeti nuovi. Questi poeti guardavano ai modelli alessandrini, amavano i componimenti brevi e raffinati e consideravano l'esperienza privata degna di poesia. La traduzione del frammento 31 di Saffo, nel carme 51, mostra bene questo legame con la lirica greca e insieme la sua trasformazione in una voce personale.

Con Catullo l'amore diventa per la prima volta, nella letteratura latina, la materia di una biografia interiore. L'idea del patto d'amore come foedus, un vincolo sacro tradito dall'altra parte, passerà agli elegiaci dell'età augustea e, attraverso di loro, alla poesia europea. Il libro fu riscoperto alla fine del Medioevo grazie a un manoscritto ritrovato a Verona, poi perduto, da cui dipende quasi tutta la tradizione.