Ovidio e gli Amores: la guerra galante di un giovane poeta
Gli Amores di Ovidio: Corinna, Cupido che ruba un piede al verso, la militia amoris e l'ironia con cui il poeta rinnovò l'elegia d'amore latina.
Publio Ovidio Nasone nacque a Sulmona nel 43 a.C. e fu l'ultimo dei grandi elegiaci latini. Gli Amores, la sua prima opera, ci sono giunti in una seconda edizione in tre libri: un epigramma premesso alla raccolta spiega che in origine i libri erano cinque e che l'autore li ha ridotti. Al centro c'è Corinna, una donna di cui non sappiamo nulla e che, secondo molti studiosi, potrebbe non essere mai esistita.
Un esordio scherzoso
Il primo carme si apre con una trovata: il poeta si accingeva a scrivere un poema epico in esametri, ma Cupido gli ha rubato un piede del verso, trasformando l'esametro in pentametro e costringendolo all'elegia. Il gioco metrico dichiara subito il tono della raccolta. Ovidio conosce perfettamente le convenzioni di Tibullo e Properzio e le riprende con ironia, mettendo in luce l'artificio del genere.
Corinna appare per la prima volta in un pomeriggio d'estate, nella penombra di una stanza con le imposte socchiuse, in una scena del primo libro descritta con grazia sensuale. Ma l'amante ovidiano non è il prigioniero disperato di Properzio: è un seduttore consapevole, che può anche confessare di amare due donne nello stesso tempo o di sentirsi attratto da tutte, bionde o brune, colte o semplici.
Militat omnis amans
Il nono carme del primo libro sviluppa con rigore quasi giuridico un paragone: «Militat omnis amans, et habet sua castra Cupido», ogni amante è un soldato e Cupido ha il suo accampamento. Come il soldato, l'innamorato veglia di notte, sopporta il freddo, affronta lunghe marce, spia il nemico e assedia le porte. La militia amoris, già presente negli elegiaci precedenti, diventa qui un sistema compiuto.
Il paragone non è solo un gioco. In una Roma che celebrava le virtù militari e che con Augusto cercava di restaurare la morale tradizionale, presentare la seduzione come un'impresa equivalente alla guerra significava prendere le distanze, con eleganza, dai valori ufficiali. Ovidio non attacca apertamente il potere, ma ne svuota il linguaggio con il sorriso.
Tra ironia e malinconia
Gli Amores contengono anche componimenti di altro tono. In un'elegia il poeta piange la morte del pappagallo di Corinna, riprendendo il passero di Lesbia cantato da Catullo; in un'altra rimprovera l'amata per essersi sottoposta a un aborto, tema delicato che rivela le tensioni della vita privata romana; in un'altra ancora compiange la morte di Tibullo, celebrando la poesia come forma di immortalità.
L'ultimo carme del terzo libro è un congedo: Ovidio saluta la Venere elegiaca e annuncia un'opera più impegnativa. La sua carriera proseguirà con le Heroides, lettere immaginarie di eroine mitiche ai loro amanti lontani, con i poemi didascalici sull'amore e infine con le Metamorfosi, il grande poema delle trasformazioni in cui gli amori degli dèi e degli uomini occupano moltissime pagine.
Con gli Amores l'elegia latina raggiunge insieme il suo culmine e la sua parodia. Il linguaggio della passione diventa un repertorio da maneggiare con distacco, e proprio per questo facile da trasmettere. Nel Medioevo, quando Ovidio fu letto e commentato in tutte le scuole, molti di questi motivi passarono alla poesia dei chierici e alla lirica in volgare.
Amore e MitoUn sito dello Studio Esoterico Cornelio