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Il Cantico dei Cantici: la poesia d'amore nel cuore della Bibbia

Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

Il Cantico dei Cantici come poesia d'amore: attribuzione a Salomone, datazione, immagini dei sensi e il celebre versetto forte come la morte è l'amore.

Tra i libri della Bibbia ebraica ce n'è uno in cui Dio non viene mai nominato in modo esplicito e che parla, verso dopo verso, del desiderio tra una donna e un uomo. Il Cantico dei Cantici, in ebraico Shir ha-Shirim, è una raccolta di poesie d'amore attribuita dalla tradizione al re Salomone. Il titolo, costruito come un superlativo alla maniera ebraica, significa il canto per eccellenza.

Autore, data e struttura

L'attribuzione a Salomone deriva dal titolo e da alcune menzioni del re all'interno del testo, ma gli studiosi la considerano tradizionale. La lingua presenta tratti tardi, tra cui alcune parole di probabile origine persiana, e per questo molti collocano la redazione finale in epoca post-esilica, pur ammettendo che singoli canti possano essere più antichi. Una datazione precisa, allo stato delle conoscenze, non è possibile.

Gli otto capitoli alternano le voci di un'amata, di un amato e di un coro di figlie di Gerusalemme. Non c'è una trama lineare, ma una sequenza di incontri, ricerche notturne, assenze e ritrovamenti. Alcuni studiosi vi leggono un dramma, altri un'antologia di canti nuziali; la questione resta aperta e il testo sembra volutamente sfuggire a ogni schema rigido.

Il linguaggio dei sensi

Il Cantico è un trionfo di immagini sensoriali. I corpi degli amanti vengono descritti con paragoni tratti dalla natura e dal paesaggio: capre che scendono dal monte, torri, melograni, gigli, colombe, vigne in fiore. Questi ritratti per metafore hanno paralleli nella poesia d'amore dell'antico Egitto, che conosceva un analogo gusto per l'elenco delle bellezze dell'amata e per l'ambientazione nel giardino.

La donna parla in prima persona più spesso dell'uomo: cerca l'amato, lo chiama, si descrive. Nella traduzione latina di Girolamo, la Vulgata, una sua frase diventerà celebre: «Nigra sum sed formosa», sono bruna ma bella. Il profumo, il vino, il giardino chiuso e la fonte sigillata sono simboli ricorrenti di un'intimità attesa, desiderata e custodita.

Forte come la morte

Verso la fine del libro si trova il passo più famoso. L'amata chiede di essere posta come un sigillo sul cuore e sul braccio dell'amato, perché, dice il testo, «forte come la morte è l'amore». Il sigillo, nell'antico Vicino Oriente, era il segno personale con cui si autenticavano i documenti: chiedere di diventarlo significa chiedere un'appartenenza totale e riconoscibile.

Il testo prosegue affermando che le grandi acque non possono spegnere l'amore né i fiumi travolgerlo, e che chi offrisse tutte le ricchezze della propria casa in cambio dell'amore ne riceverebbe solo disprezzo. È una delle definizioni più alte del sentimento giunte dall'antichità, e non a caso viene letta ancora oggi nelle celebrazioni nuziali di molte tradizioni.

L'ingresso del Cantico nel canone delle Scritture non fu scontato. La Mishnah riporta una discussione tra i rabbini e l'intervento di rabbi Akiva, che lo definì il santo dei santi tra gli scritti. Nella liturgia ebraica il libro si legge durante la Pasqua ed è uno dei cinque rotoli, le Meghillot. La sua sopravvivenza si deve anche alle letture allegoriche che ne fecero un testo spirituale.