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Saffo di Lesbo: la poetessa che diede voce al desiderio

Studio Esoterico Cornelio · 3 min di lettura

Vita, frammenti e fortuna di Saffo, la poetessa di Lesbo: dall'Inno ad Afrodite al frammento 31, il primo grande canto lirico dell'amore.

Nell'isola di Lesbo, tra la fine del VII e l'inizio del VI secolo a.C., visse la poetessa che i Greci consideravano la più grande voce lirica femminile della loro storia. Saffo nacque probabilmente a Ereso o a Mitilene e compose canti destinati all'esecuzione con la lira, nel dialetto eolico dell'isola. Della sua opera, raccolta dai filologi alessandrini in nove libri, ci restano soprattutto frammenti, eppure bastano a farne la fondatrice di un modo nuovo di parlare d'amore.

Una poesia giunta a pezzi

La trasmissione dei versi di Saffo è una storia di perdite. L'unico componimento conservato quasi per intero è l'Inno ad Afrodite, in cui la poetessa invoca la dea perché venga in suo aiuto in una pena d'amore, come era già accaduto in passato. Il resto ci arriva attraverso citazioni di grammatici e retori antichi oppure da papiri egiziani, soprattutto quelli di Ossirinco, che hanno restituito strofe mutile e talvolta singole parole.

Le scoperte non sono finite. Nel 2004 un papiro conservato a Colonia ha permesso di ricostruire quasi completamente il cosiddetto carme della vecchiaia, dedicato al mito di Titono, e nel 2014 è stato pubblicato un nuovo frammento noto come carme dei fratelli. Ogni ritrovamento corregge in parte l'immagine che i lettori moderni si erano costruiti, e ricorda quanto della poesia greca arcaica sia andato perduto per sempre.

Il frammento 31 e il corpo dell'amore

Il testo più celebre è il frammento 31, conservato perché il trattato Sul sublime, attribuito a un autore che la tradizione chiama Longino, lo cita come esempio di intensità. L'io poetico osserva un uomo seduto davanti alla donna amata e lo dichiara «pari agli dèi», poi descrive ciò che accade nel proprio corpo: la lingua si spezza, un fuoco sottile corre sotto la pelle, gli occhi non vedono più, le orecchie ronzano.

È una delle prime descrizioni sistematiche dei sintomi della passione nella letteratura occidentale. Catullo la tradusse in latino nel carme 51, e da allora il catalogo dei turbamenti fisici dell'innamorato è diventato un luogo comune della poesia amorosa. In un altro frammento Saffo chiama Eros «dolceamaro» e «scioglitore delle membra», due definizioni che condensano in poche sillabe l'ambivalenza del sentimento.

Il mondo di Saffo e le sue interpretazioni

Molte poesie si rivolgono a giovani donne e ne celebrano la grazia o ne piangono la partenza. Gli studiosi hanno proposto di collegarle a un tiaso, una comunità femminile dedicata ad Afrodite e alle Muse in cui le ragazze sarebbero state educate prima del matrimonio, ma si tratta di un'ipotesi ricostruttiva, non di un fatto documentato. Saffo scrisse anche epitalami, canti nuziali di cui restano pochi versi.

Già nell'antichità la sua figura fu avvolta dalla leggenda. Un epigramma attribuito a Platone la chiama decima Musa, mentre la commedia ateniese diffuse il racconto del suo amore infelice per il barcaiolo Faone e del salto dalla rupe di Leucade, storia ripresa da Ovidio nelle Heroides e oggi ritenuta priva di fondamento. Anche il legame tra il nome dell'isola e l'amore femminile è un'associazione molto più tarda.

Nel frammento 16 Saffo contrappone a chi ritiene bellissima una schiera di cavalieri o di navi l'idea che la cosa più bella sia ciò che si ama. In questa affermazione, semplice e radicale, sta il nucleo della lirica amorosa europea: il valore del mondo misurato sul desiderio di un singolo individuo. La strofe saffica, ripresa da Catullo, da Orazio e da molti poeti successivi, porta ancora il suo nome.