L'anello nuziale: dalla vena amoris ai diamanti di Borgogna
Il dito dell'anello secondo Macrobio, l'anello di ferro dei Romani, gli anelli gimmel e posy, il diamante di Massimiliano: storia dell'anello d'amore.
Un piccolo cerchio di metallo, senza inizio né fine, è diventato in gran parte del mondo il segno visibile di una promessa d'amore. L'anello nuziale ha alle spalle una storia lunga e documentata, che passa per le usanze romane, le credenze anatomiche dell'antichità, la gioielleria medievale e rinascimentale. Ripercorrerla aiuta a capire perché lo portiamo proprio su quel dito e perché in italiano lo chiamiamo «fede».
Il dito che porta al cuore
L'abitudine di portare l'anello all'anulare della mano sinistra è spiegata già da autori antichi. Aulo Gellio, nelle Notti attiche, e Macrobio, nei Saturnali, riferiscono una credenza attribuita ai sapienti egiziani: da quel dito partirebbe un sottile nervo diretto al cuore. Per questo, spiegano, era il dito più adatto a portare un anello. In epoca moderna questa presunta via è stata chiamata vena amoris, la vena dell'amore.
Si tratta naturalmente di una credenza senza fondamento anatomico: le vene e i nervi di tutte le dita hanno lo stesso percorso. Ma la sua fortuna fu enorme, perché offriva una spiegazione poetica a un'usanza già diffusa. Va ricordato, inoltre, che la scelta della mano non è stata uniforme nel tempo e nello spazio: in diversi paesi europei, ancora oggi, la fede si porta alla destra.
L'anello nel mondo romano
Presso i Romani l'anello era legato soprattutto al fidanzamento, gli sponsalia, più che alla cerimonia nuziale vera e propria. Plinio il Vecchio ricorda che, secondo un'antica usanza, al momento della promessa si inviava alla futura sposa un anello di ferro, senza pietra. Col tempo si diffusero anelli d'oro, talvolta decorati con due mani che si stringono, immagine dell'accordo tra le famiglie e della concordia tra i coniugi.
Queste mani intrecciate sono all'origine della parola italiana «fede»: gli anelli medievali che riprendevano il motivo romano erano chiamati appunto anelli a fede, perché rappresentavano la fiducia reciproca e la parola data. Il nome è rimasto anche quando la decorazione è scomparsa e l'anello è diventato un semplice cerchio liscio, la forma che oggi porta la maggior parte delle persone.
Gimmel, posy e diamanti
Tra Cinquecento e Seicento ebbero grande successo gli anelli gimmel, dal latino gemellus: due o tre cerchi sottili che si incastrano a formare un solo anello. Durante il fidanzamento ciascuno dei promessi ne portava una parte, e al matrimonio i pezzi venivano riuniti. Nello stesso periodo si diffusero in Inghilterra i posy ring, anelli con brevi motti d'amore incisi, spesso all'interno, visibili solo a chi li portava.
Un episodio citato spesso nella storia dell'anello di fidanzamento è il dono di Massimiliano d'Asburgo a Maria di Borgogna nel 1477: un anello con diamanti, considerato uno dei primi esempi documentati di questo uso in ambito principesco. La diffusione di massa del diamante come pietra del fidanzamento è invece molto più recente e appartiene al Novecento, quando fu sostenuta anche da grandi campagne commerciali.
Dalla credenza egiziana riferita da Macrobio all'anello di ferro dei Romani, dalle mani unite della fede medievale ai cerchi gemelli del Rinascimento, l'anello nuziale riassume secoli di storia del matrimonio. La sua forma semplice, che non ha un punto d'inizio né uno di fine, ha continuato a esprimere l'idea di un legame destinato a durare.
Amore e MitoUn sito dello Studio Esoterico Cornelio